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Intendo a volo che la
confidenza era dovuta alla familiarità che mi
si riconosce con la lingua inglese e, un po' per farmi onore, un po'
per dargli soddisfazione, stavo per suggerire una variante che secondo
me suonava meglio, quando m'interrompe per mostrarmi un esemplare del
teatro di Shakespeare invero straordinario.
Si trattava nientemeno di un in-folio del
1625, ovvero di due anni successivo al primo pervenutoci, manoscritto
per iniziativa di un manipolo di attori, sette
anni dopo la scomparsa del geniale drammaturgo. Il mio buon amico
m'informava di esserne venuto in possesso ripescandolo tra molti
scartafacci, ereditati da una vecchia zia vissuta lungamente in
Inghilterra perché moglie di un aristocratico scozzese.
Non avevo ancora smesso di
restar sorpreso e affascinato insieme, quando mi aggiungeva che l'idea
di una versione parodistica e in napoletano de “Le allegre comari di
Windsor” gli era sopraggiunta proprio da quel testo nell'in-folio. Si affrettava a precisare che esso
conteneva, infatti, per ciascuna delle opere, battute aggiunte o
interpolate, senz'alcun riscontro con la tradizione pervenuta alla
storia letteraria e sulle scene. Ciò gli consentiva, a suo parere, di
lasciare a bocca aperta i critici che a tutta prima, con le loro
recensioni, non avrebbero mancato l'occasione di lanciargli addosso ogni sarcasmo. Solo in un secondo tempo, si
è affrettato a dirmi, intende sottoscrivere un contratto vantaggioso
per la stampa del verace “tutto Shakespeare”.
Gli ho chiesto allora di
fornirmi qualche esempio ed egli, sfogliando con grandissima cautela
quelle pagine preziose, mi ha indicato la battuta che trascrivo
fedelmente: The fun ice-hell
is short and the strum
low at Tyret-Eppet.
Non ne avevo ancora terminata la lettura
ch'egli mi chiedeva di volergliela tradurre, poiché gliene sfuggiva il
senso, avvertendomi però di avere già individuato in Tyret-Eppet un minuscolo villaggio del Dorset, abitato nel XVI secolo da nuclei familiari
discendenti da guerrieri che il toponimo tramanda alla memoria nostra.
A questo punto facile è
sembrata tra me e me la costruzione della frase come At Tyret-Eppet the fun is ice-hell short and the
strum low, da
cui derivare la traduzione. Egli mi sottolineava
che fin lì era tutto molto semplice, laddove la difficoltà veniva fuori
con l' ice-hell che non si
lasciava interpretare in alcun modo e, poiché quello che gli veniva
fuori, traducendo un po' figurativamente, era “ghiaccio infernale”
ovvero “inferno di ghiaccio”, conveniva che la cosa non sembrava avere
molto senso.
Gli ho segnalato allora che
la locuzione ice-cold significa
“freddo come il ghiaccio”, suggerendo di tradurre ice-hell
in “come ghiaccio all'inferno”, così da far assumere all'intera
frase un senso compiuto e ottenere, al tempo stesso, una discreta
impronta shakespeariana: “A Tyret-Eppet lo spasso è effimero qual ghiaccio
all'inferno, e lo strimpellar sommesso”. Dopo un po' di
riflessione, e tanto per non far languire la conversazione, ho aggiunto
che il sintagma, oltre che a una
constatazione, avrebbe potuto forse riferirsi a un antico gioco di
campagna praticato in Inghilterra e con variante di particolare brevità
a Tyret Apple – un
posto forse molto deprimente – peraltro accompagnata da una musica
maldestra e fastidiosa di strumenti a corda e, per fortuna, con
tonalità poco elevata. Il mio amico favorito dalla sorte mi avanzava
nondimeno più di una riserva, quando tutti e due
fummo sorpresi a un tratto dalla voce argentea di una bimba.
Era Laura, la mia nipotina
che, sottraendosi agli sguardi adulti, aveva preso quel meraviglioso in-folio
tra le mani e col suo inglese da scuola media, accentato alla maniera
del nostro nativo vernacolo, leggeva difilato e a ripetizione, come per
mandarle a memoria, le parole shakespeariane
alla base delle nostre elucubrazioni: the fun-aicell
is short and the strum-low
at tairet-eppet. Orbene, concedendo che
in questo caso specifico la prima “i” e la “y” risultano
lunghe nell'idioma di Albione, quello che noi
udimmo suonava esattamente come la traduzione fonetica dell'espressione
napoletana 'a funicella è corta e 'o strummolo a tairet-eppet!
Siamo rimasti folgorati. La
bambina aveva come per magia risolto il nostro
enigma. Alla domanda del mio amico, un po' dubbioso sulla conoscenza
del napoletano in suolo inglese, mi è venuto facilmente di rispondere
che William Shakespeare mostrava di conoscerlo
assai meglio dei suoi attori amanuensi, i quali non avevano fatto
altro, se non trasporre nella loro lingua una battuta che in partenopeo
doveva esser stata detta sulla scena e proprio in occasione della prima
delle Merry Wives
of Windsor .
Di tal commedia è a noi nota la problematica datazione, anche se
sappiamo che ha dovuto essere tra il 1597 e il 1601. In quella che alla
critica è sempre apparsa come una drammaturgia
di un'abilità tale da appesantirla per eccesso, la battuta ora in esame
ai comici dovette allor parere un autentico entertaining
nonsense .
Invero già Benedetto Croce
rilevò, nel 1898, come Trinculo, uno dei due
marinai ubriachi de La tempesta , avesse nome da parola
conosciuta e adoperata solo a Napoli, e poi, nel 1931, che il cognome
di Giordano Bruno ricorresse in Pene d'amor perdute divenendo Berowne . Noi sappiamo che il
filosofo e commediografo nolano visse a
Londra dal marzo del 1583 all'ottobre del 1585 e, dunque, non potrà
sembrare strano che un po' del suo napoletano lo spargesse tra gli
amici. Certo, nulla ci è noto di rapporti
eventuali con attori londinesi e con Shakespeare
allora giovane di vent'anni, e tuttavia non
avrà mancato di sedersi al Theater di
James Burbage o al Curtain in compagnia dei suoi nobili
sodali, di John Dee, di Philip
Sidney ed altri. Né si può del tutto escludere
un contatto tra colleghi, o scambio culturale che sia stato, tra i due
massimi drammaturghi della seconda metà del Cinquecento.
Una cosa appare certa: quello
ch'è qui venuto fuori per puro caso prelude
necessariamente a un'attenta, impegnativa revisione dell'opera del
bardo d'Albione e dei suoi attuali
chiosatori, in funzione di possibili altre scoperte dei rapporti tra la
lingua di Napoli e quella inglese. Ai napoletanisti
anglofoni rivolgo perciò un caloroso invito: faciteve sotto! M'arraccumanno
però, capiteme bbuono .
Per i cultori non napoletani
di Shakespeare, invece, aggiungo che la
nostra locuzione sopra riportata, 'a
funicella è corta e 'o strummolo a tiriteppete
, è l'equivalente di 'o puzzo è futo e
'a funa è corta , per definire
sarcasticamente una situazione in cui due qualità o contingenze,
negative e complementari, si abbinano sommandosi nei risultati, come
quando a na mugliera fravagliosa
faccia riscontro nu marito ncazzuso.
Dirò infine, ad uso di coloro
che non ne avessero finora mai saputo niente,
che lo strummolo è (era) una trottola primitiva, tant'è che il suo nome viene dall'antico greco stróbylos . Strumento all'inizio
sacro, poi scaduto alla funzione di un semplice giocattolo, si tratta,
un po' sommariamente, di un cono di legno duro a base smussata e con
una punta metallica inserita all'apice, che si aziona
avvolgendogli attorno, a spirale saliente, uno spesso spago, terminante
in un nodo che si inserisce tra l'indice e il medio della mano di
lancio. La doppia azione propulsiva consiste nello scagliare verso
terra lo strummolo con la punta rivolta in basso, tirando al
contempo energicamente la cordicella per imprimergli un velocissimo
moto rotatorio che lo tenga in piedi il più a
lungo possibile, donde focose gare di durata del suo moto tra i ragazzi
d'un tempo lontano (al quale, per inciso, appartiene chi scrive, in
verità una schiappa integrale in queste competizioni). L'insufficiente
lunghezza della funicella e un imperfetto asse di rotazione, derivante
dalla punta lievemente eccentrica o dalla massa dello strummolo non
perfettamente distribuita, o dalla combinazione delle due cose,
accorciano notevolmente la durata della rotazione che avviene in modo
sbilanciato. Vale a dire a tiriteppete.
Una curiosità per terminare. Dal sito del docente e
operatore socio-educativo Ermete Ferraro, noto per l'impegno
ambientalista e l'insegnamento del napoletano nella scuola media
“Sogliano” di Napoli, traggo la seguente nota
sul più antico giocattolo dei bambini partenopei. «Lo strummolo è
stato, non a caso, il simbolo della “Casa dello Scugnizzo”, fondata da
Mario Borrelli negli anni '50 e rimane il logo della Fondazione che ne
prosegue l'opera. Lo strobylos era infatti proprio la trottola dei Greci e questo
gioco così semplice e popolare ben rappresenta gli 'scugnizzi' di
Napoli, ma anche un concetto particolarmente caro a Borrelli: lo
“sviluppo di comunità”. Come lo strummolo è lanciato facendolo
ruotare velocemente, grazie alla corda che lo avvolge e che viene abilmente srotolata, allo stesso modo lo
sviluppo (che gli spagnoli chiamano desarrollo
, cioè ‘srotolamento') è qualcosa che
consente alle persone di liberarsi dalle corde che le legano e di
manifestare la propria energia e vitalità liberamente».
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