A Propulsione
antinucleare...
Quindici anni di lotte ecopacifista di VAS per la
sicurezza
dei cittadini e la denuclearizzazione del Golfo di
Napoli
ERMETE
FERRARO (*)
1. Un po’ di storia
La battaglia dei VAS per liberare il
golfo e la città di Napoli dal pericolo nucleare iniziò addirittura quando il
circolo napoletano dell’Associazione non era ancora nato. Già nel maggio del
1996, infatti, i responsabili regionale e cittadino dell’associazione “Verdarcobaleno” (D’Acunto e Ferraro,
che in seguito costituirono VAS Napoli ed il Coordinamento campano) avevano
lanciato l’allarme sul grave rischio per la sicurezza e la salute della popolazione
civile, derivante dalla presenza di sottomarini nucleari nella base NATO
(COMSUBSOUTH) collocata nell’isolotto di Nisida, di fronte a Bagnoli. [1]
In realtà la battaglia per la
smilitarizzazione e denuclearizzazione del territorio e del mare di Napoli era
iniziata molto prima, agli inizi degli anni ’70, con la mobilitazione del
movimento pacifista napoletano, riunito intorno ad Antonino Drago [2],
allora docente di storia della fisica alla “Federico II” e leader delle lotte degli
obiettori di coscienza antimilitaristi per una difesa civile, sociale e
nonviolenta.[3] E’
da lì che in buona parte deriva, confluendo nell’azione di VAS in Campania, lo
spirito ecopacifista che l’ha contraddistinta, arricchendo l’ecologia sociale,
da sempre suo elemento costitutivo, con l’impegno per la difesa del territorio
e dei suoi abitanti dalla minaccia nucleare.
Risale al 2001 la prima presa di
posizione ufficiale dei VAS napoletani contro l’ingombrante e pericolosa
presenza della portaerei nucleare USA “Enterprise”
nel porto di Napoli, ripresa dai media locali [4].
Le proteste pubbliche contro l’indifferenza del Presidente della Regione Campania
e del Sindaco di Napoli – responsabili della protezione del territorio e della
salute dei cittadini – si sono susseguite negli anni successivi, ma tutti gli
appelli dei VAS alle autorità competenti sono stati regolarmente disattesi ed
anche i media non hanno sempre
pubblicizzato la loro denuncia.
Solo tre anni dopo, nel 2004, fu
ancora una volta solo un quotidiano di destra a riportare le motivate proteste
degli ecopacifisti napoletani contro la minacciosa presenza di fronte al
Maschio Angioino di ben due portaerei americane (la “Enterprise” a febbraio e
la “Truman” a luglio). [5] .
Già dal 2001, del resto, il
coordinamento dei circoli campani di VAS aveva promosso l’originale iniziativa
denominata “Festa della Biodiversità” (che si è svolta a Napoli per quattro
anni), ribadendo anche in quella sede che la cultura della biodiversità,
naturale o culturale che sia, passa comunque per un modello di sviluppo
alternativo, rispettoso della natura ma anche equo, solidale e pacifico. Ed è
proprio in tale ambito che il supplemento speciale alla rivista “Verde
Ambiente” del 2004 pubblicò, tra gli altri, l’articolo di Ferraro “Quale ecopacifismo?” [6]
In questo saggio, infatti, era chiarito
perché questo termine non può essere ridotto ad una semplice somma di due
grandi idealità, ma deve piuttosto proporsi come una sintesi organica, da cui
scaturisca un modello di sviluppo alternativo, che rifiuta la violenza ed il
dominio come propri elementi costitutivi.
Negli anni successivi l’intervento
di VAS Campania ha affiancato quello di altre organizzazioni - come la sezione
napoletana di “Pax Christi” [7]
e soprattutto il “Comitato Pace Disarmo della Campania” [8] – nella lotta contro la
militarizzazione del territorio regionale e cittadino e per fare del
Mediterraneo un mare di pace.[9]
Dal 2007 ad oggi si sono susseguite
le prese di posizione degli ecopacifisti di VAS contro l’ampliamento del
Quartier Generale delle forze aeronavali della US Navy a Capodichino (Napoli) e
contro la collocazione, ancora una volta a Napoli, del nuovo comando militare
USA relativo all’intero continente africano (AFRICOM). Nel febbraio del 2009, infine, VAS ha
lanciato ancora una volta un allarme sul rischio nucleare, in relazione allo
scontro di due sommergibili nell’Atlantico, riproponendo pubblicamente la
denuclearizzazione del porto di Napoli. [10]
Nell’aderire al Coordinamento
Campano per il No al Nucleare (C.C.N.N.), infine, VAS ha chiarito ancora una
volta lo stretto legame che intercorre tra il c.d. “nucleare civile” e quello
militare, facendo esplicito riferimento anche all’emergenza nucleare relativa
alla presenza di natanti a propulsione atomica nel golfo di Napoli. [11]
L’ultimo atto dell’azione di VAS su questo
terreno (7 dicembre 2010) è la nostra richiesta ufficiale al Prefetto di
Napoli, finalizzata ad avere accesso al “Piano Provinciale di emergenza esterna
dell’Area Portuale”, nell’eventualità d’incidenti a natanti a propulsione
nucleare, transitanti o alla fonda nella baia di Napoli. L’istanza, a firma di
Guido Pollice - Presidente Nazionale di VAS – fa seguito ad un’analoga
richiesta del Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione – Campania, cui VAS
aderisce a livello regionale, e ne ribadisce la legittimità, trattandosi di
atti concernenti la sicurezza dei cittadini e la tutela dell’ambiente. Ancora
una volta, infatti, VAS insiste sulla necessità di trasparenza sui piani di
emergenza elaborati e sulla loro effettiva incidenza ed efficacia.[12]
Prevedibilmente, la risposta della
Prefettura di Napoli, dopo 15 giorni, è stata evasiva e scontata: il richiedente
deve indicare di quali parti del piano provinciale vorrebbe copia, tenendo
ovviamente conto che parte del documento è stato “classificato” come soggetto
al segreto militare.
La replica di VAS sarà netta,
affinché sia chiaro che la nostra associazione e le altre organizzazione della
rete pacifista non si fermeranno finché la popolazione napoletana non avrà
ricevuto – come peraltro le spetta per legge - un’informazione reale, completa
ed esplicita sui rischi previsti e sulle misure di protezione civile
predisposte per fronteggiarle.
2. Il pericolo
nucleare sopra e sotto il “mare nostrum”
Negli ultimi anni la presenza dei
natanti a propulsione nucleare nel golfo di Napoli è diventata un po’ più
discreta. Chi non è giovanissimo ricorda però che l’arrivo di una gigantesca
portaerei statunitense nel porto è stata spesso accolta come un grande evento,
quasi come un’esibizione da visitare. Migliaia di persone, fra cui studenti, facevano
allora pazientemente la coda per visitare, stupiti, quelle centrali atomiche
galleggianti, con i loro bei bombardieri allineati sopra... Eppure si tratta di
una formidabile fabbrica di morte e, soprattutto, di una fonte di gravissimo
rischio per la sicurezza e la salute di chi abita in quella città, che dal
dopoguerra non si è mai liberata dall’ingombrante “protezione” degli
ex-alleati, che continuano ad “occuparne” da 65 anni il territorio ed il mare. Fra
l’altro, come ricorda Alessandro Marescotti, responsabile di Peacelink:
“I propulsori nucleari sono sottoposti al decreto
legislativo 230/95 [13] relativo ai reattori nucleari in genere; tale normativa (che comporta
un obbligo di informazione alle popolazioni e la definizione di un piano di
emergenza nucleare) si applica quindi ad esempio a tutti i sottomarini
statunitensi i quali sono tutti a propulsione nucleare; per le armi nucleari
invece non vi è alcuna normativa che salvaguardi la popolazione e anzi le
autorità militari Usa hanno l'ordine di non confermare e non smentire la
presenza a bordo di tali armi...” [14]
Il paradosso di un Paese che ha
finora bandito, con un referendum democratico, il c.d. “nucleare civile” ma è
costretto, suo malgrado, a convivere con armamenti e natanti nucleari è un
evidente prova della follia militarista, di fronte alla quale ogni garanzia di trasparenza
democratica risulta inesorabilmente cancellata.
Ancora più paradossale è che:
“... negli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza, le unità
militari a propulsione nucleare non sostano e non attraccano nei porti
commerciali. E sempre per ragioni di sicurezza le navi commerciali non hanno
propulsori nucleari a bordo. Un incidente nucleare può provocare la fuoriuscita
di plutonio la cui radioattività perdura per millenni (si dimezza solo dopo 24
mila anni) provocando il cancro (il chimico Enzo Tiezzi ha scritto: “Un chilo
di plutonio disperso nell’ambiente rappresenta il potenziale per 18 miliardi di
cancro al polmone" ) [15]
Eppure a noi italiani, ed in
particolare agli abitanti delle città di una dozzina di porti (Augusta,
Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta,
Esagerazioni? Allarmismi dei soliti
antimilitaristi ? Purtroppo la realtà è più grave di quanto la si possa
dipingere, visto che sappiamo bene cosa possiamo aspettarci dalla Protezione
Civile in Italia, soprattutto se a mettere i bastoni fra le ruote della sua già
discutibile organizzazione territoriale ci sono le forze armate e le
secretazioni militari.

Ma di che cosa stiamo parlando,
quando lamentiamo l’insicurezza dei porti italiani?
“ Per sicurezza intendiamo l'applicazione di tutti quei sistemi
tecnologici in grado di prevenire o rimediare ai possibili problemi che possono
insorgere durante il funzionamento del reattore nucleare e che possono
provocare gravi ripercussioni sulle persone e sull'ambiente. In campo civile
esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza obbligatori, però su un
sottomarino tutto questo non è fisicamente possibile, per ragioni di spazio e
di funzionalità. Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori
nucleari che non otterrebbero la licenza in nessuno dei paesi che utilizzano
l'energia atomica, circolano invece liberamente nei mari. Inoltre questi
sottomarini affrontano condizioni operative pericolose per via del loro impiego
militare anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento ecc. ) che possono
comportare altri incidenti (esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale)
dalle conseguenze catastrofiche per l'impianto nucleare a bordo.” [16]
Fantascienza
da esaltati antinuclearisti? Non di certo, visto che correva l’anno 1968 quando
si verificò il primo incidente del genere e, guarda caso, proprio nel porto di
Napoli ! Si trattava del sottomarino americano Scorpion, che era stato coinvolto il 15 aprile di quel fatidico
anno in una tempesta, andando ad urtare la poppa contro una chiatta, che affondò.
Fu ispezionato nello stesso porto.
Esplose poche settimane dopo - il 22 maggio 1968 - nell'Atlantico al largo
delle Azzorre, inabissandosi con il propulsore nucleare, due bombe atomiche e 99
uomini di equipaggio. Solo un mese prima lo stesso sottomarino era transitato
per il porto di Taranto...
Le
poche fonti disponibili, visto l’assordante silenzio che avvolge da sempre
questi gravissimi eventi, riportano che qualcosa di simile si verificò nel mar
Jonio sette anni dopo:
“La notte del 22
settembre 1975, nello Jonio meridionale, la portaerei americana Kennedy si
scontrò con l'incrociatore (sempre americano) Belknap. Scoppiò un incendio che
giunse a pochi metri dalle testate nucleari dei missili Terrier e partì uno dei
più alti livelli di SOS nucleare, denominato "broken arrow". Ha
commentato l'esperto di questioni militari William Arkin: "Se le fiamme
avessero raggiunto i missili le possibilità sarebbero state due: o le testate
atomiche sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, oppure la nave
sarebbe affondata a poche miglia dalle coste di Augusta, zona frequentata dai
pescherecci italiani, con conseguenze ambientali molto gravi". [...] Dell'SOS nucleare non si è saputo nulla
fino al 1989 quando l'ammiraglio Eugene Carrol diffuse quelle che il Corriere
del Giorno ha definito "agghiaccianti rivelazioni": "Una
catastrofe nucleare nello Ionio
l'abbiamo sfiorata
quattordici anni fa" (prima pagina del 26 maggio 1989)...” [17]
Uno
degli altri casi di cui si abbia notizia risale al luglio del 2000, quando un sottomarino
a propulsione nucleare della US Navy subì un’avaria nel porto di
Nel
2003
"Piano di emergenza esterna relativo alla sosta di unità navali militari a
propulsione nucleare nella rada di Gaeta. (Revisione 2001)." Questa città,
infatti, è stata per decenni base operativa della 6^ Flotta della US Navy e nella
sua rada attraccavano anche i sottomarini nucleari, ragion per cui le
preoccupazioni dei cittadini e delle associazioni risultavano più che fondate.
Secondo il documento (o meglio, le parti che ne sono state diffuse) le misure
di sicurezza previste sarebbero in grado
di "assicurare la protezione delle popolazioni". Non era invece dello
stesso avviso Antonino Drago, docente di storia della fisica all’università di
Napoli, che sottolineava la scarsa plausibilità scientifica del Piano.

“Di fatto, il rapporto si ritaglia una ipotesi tecnologica di
tutto di comodo: la fusione del nocciolo del reattore nucleare, senza che ci
sia fuoriuscita di sostanze radioattive,
se non per la incontinenza parziale della terza protezione (oltre quelle del rivestimento delle barre di combustibile
e del pentolone o vessel), in questo caso
lo scafo intero del sommergibile nucleare: il rivestimento esterno può avere qualche
crepa e allora un po' di gas potrebbe sfuggire all'esterno. Ma questo può avvenire
solo in una primissima fase della fusione del nocciolo e non rappresenta affatto
lo "incidente massimo ipotizzabile", casomai quello quasi minimo.
[...] Come gli altri piani per le centrali civili, questi piani di emergenza
doveva no essere revisionati dopo Cernobyl. Ma si è aspettato a lungo. Alla
fine del 2001 il gioco di parole ("ipotesi credibile") è stato
ripetuto senza modifiche. D'altronde le autorità non avevano vie d'uscita: o
rifiutare questi reattori nucleari su tutto il territorio nazionale dicendo
"No" anche agli USA, o subire le conseguenze di un eventuale incidente con uno straccio di
piano di emergenza scritto per nascondere la realtà».[18]
Indipendentemente
dalla validità scientifica delle ipotesi d’incidente prospettabili in uno dei
porti italiani che ospitano natanti a propulsione nucleare, il vero problema è
quello della totale assenza di trasparenza in materia, che fa a pugni con
l’esigenza di garantire alle popolazioni locali una corretta informazione sui
rischi che corre e su come le autorità a ciò preposte pensano di
fronteggiarli. Eppure su questo il
citato decreto legislativo 230/95 è molto esplicito, visto che agli articoli
129 e 130 parla di “obbligo di informazione” nei confronti della popolazione,
che avrebbe il diritto di essere informata senza neanche farne richiesta, visto
che di dovrebbe trattare di “informazioni...accessibili
al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di
emergenza radiologica”.
“1. La popolazione che rischia di essere interessata
dall'emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle
misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza
prevedibili, nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza
radiologica. 2. L'informazione comprende almeno i seguenti elementi: a) natura
e caratteristiche della radioattività e suoi effetti sulle persone e
sull'ambiente; b) casi di emergenza radiologica presi in considerazione e
relative conseguenze per la popolazione e l'ambiente; c) comportamento da
adottare in tali eventualità; d) autorità ed enti responsabili degli interventi
e misure urgenti previste per informare, avvertire, proteggere e soccorrere la
popolazione in caso di emergenza radiologica. 3. Informazioni dettagliate sono
rivolte a particolari gruppi di popolazione in relazione alla loro attività,
funzione e responsabilità nei riguardi della collettività nonché al ruolo che
eventualmente debbano assumere in caso di emergenza.” [19]
L’ultimo caso denunciato anche da
VAS, è stato quello dello scontro di due sommergibili nell’Atlantico, avvenuto
nel febbraio 2009, che ha riproposto il problema della sicurezza delle
popolazioni residenti nelle città sedi di porti in cui è consentito l’accesso
di natanti nucleari.
Appare dunque più che legittimo
chiedersi che cosa succederebbe in un territorio densamente abitato come l’area
metropolitana di Napoli se dovesse succedere qualcosa di simile. Cosa
accadrebbe in caso d’incidente nucleare se lo è chiesto anche Angelica Romano,
che si è soffermata sulle conseguenze per la popolazione napoletana:
“Napoli è una metropoli di oltre 3 milioni di persone, con
una densità di 8.567,79 abitanti per kmq, altissima rispetto ad altre città.
Come si potrebbe salvare da un pericolo nucleare? [...] Per i reattori a basati
sul plutonio...vi può essere una dispersione nell’ambiente di questo elemento,
caratterizzato da potere cancerogeno e
persistenza nell’organismo molto elevati. Naturalmente le conseguenze
sull’ecosistema marino e su tutta la catena ecologico- alimentare a esso legata
sono incalcolabili.”[20]
Ma allora che cosa possiamo fare per
garantire ai cittadini la conoscenza preventiva del rischio che corrono e dei
provvedimenti che si pensa di adottare in caso di emergenza nucleare?
E, soprattutto, è questo il vero
problema o bisogna, in modo più radicale, impedire l’accesso di ogni
imbarcazione a propulsione nucleare nei porti italiani, come peraltro già
avviene in paesi come il Giappone,
3. Emergenza NUCLEARE
nei porti: un “piano” che va piano
Dalla normativa vigente in Italia
dal 1995, con successive modificazioni ed aggiornamenti, scaturisce per le
amministrazioni locali il preciso obbligo di provvedere ad una “informazione preventiva”. Da chi altri,
del resto, i cittadini avrebbero dovuto avere notizia del rischio di una
potenziale “emergenza radiologica” e delle misure predisposte per fronteggiarla?
Eppure finora ben poco è trapelato di ciò che tutti pur avrebbero diritto di
conoscere, stando alla legge italiana. Per molti anni gruppi e comitati
aderenti all’associazione Peacelink
si erano battuti perché fosse osservata questa prescrizione, ma solo dieci anni
fa essa, finalmente, riuscì nel proprio intento di controinformazione.
“ La lunga lotta di PeaceLink per conoscere i piani di
emergenza cominciò a febbraio dell'anno 2000 [...] A settembre del 2000

Estratti
del Piano di emergenza nucleare per il porto di Taranto, pertanto, sono
consultabili sul sito di Peacelink.
In particolare, nella premessa di quel documento troviamo scritto che:
“ Scopo del presente piano è quello
di salvaguardare, mediante l'adozione di idonee misure di sicurezza,
l'incolumità delle popolazioni interessate dai pericoli delle radiazioni
derivanti da eventuali incidenti ad unità
militari a propulsione nucleare. [22]
Il secondo caso di “disvelamento”, sia pur
parziale, dei Piani di emergenza predisposti per i porti soggetti a transito e
sosta di natanti nucleari è stato quello, già citato, di Gaeta. Anche allora, però,
il documento era stato ottenuto grazie alla mobilitazione dal basso. In
entrambi i casi, dunque, non si capisce come si pensasse di salvaguardare
l’incolumità degli abitanti tacendo sulle possibili emergenze e sulla
condotta da seguire in caso d’incidente nucleare.
Nel documento reso noto dalla Prefettura di Taranto
si afferma, fra l’altro, che il piano “verrà posto in atto automaticamente,
a cura delle Autorità/Enti” a ciò preposti. Ma di quale incredibile “automatismo” si parla? La verità
è che le autorità in questione sanno benissimo che non è possibile allertare
un’intera popolazione civile senza averle fornito per tempo uno straccio di
quella “informazione preventiva” cui ha pieno diritto.
Però, si ribatte, c’è il problema della segretezza
da rispettare, quando si tratta di questioni che hanno una valenza
militare... Ebbene, è un pretesto del tutto inaccettabile, visto che in altri
paesi, europei e non, questi piani sono già da anni di pubblico dominio. Ma noi
italiani evidentemente siamo più realisti del re, come si usa dire. E
allora chi ci governa continua ottusamente a trincerarsi dietro gli “omissis”
ed a classificare dei piani di protezione civile come “top secret” , alla faccia dei principi
elementari di trasparenza democratica e vanificando ogni tentativo di organizzare
efficienti misure di difesa civile.
Il terzo caso di rottura del muro di gomma che
circonda tali “piani di emergenza esterna” predisposti per i porti italiani potrebbe
essere ora quello di Napoli, visto che
Sta di fatto che il P.E.E. per Napoli difficilmente
sarà migliore di quello parzialmente pubblicizzato nel 2000 dalla Prefettura di
Taranto, in seguito alla mobilitazione di Peacelink.
“Le procedure d’emergenza del piano
prevedono l’allontanamento dell’imbarcazione, su cui si è verificato
l’incidente, entro un’ora, per evitare che le radiazioni investano le persone.
Ma la ‘contaminazione del suolo’ (mare e fondali) resta comunque inevitabile.
Per i cittadini è prevista l’evacuazione dell’area interessata e la loro
sistemazione nelle scuole. Inoltre, il questore dovrebbe requisire, per
l’assistenza sanitaria, gli alberghi e, per ‘esigenze di trasporto’, gli autobus.
[...] in pochi minuti dovrebbe essere somministrato a migliaia di bambini e di
donne in gravidanza un prodotto per difendere la tiroide dalla nube
nucleare...Tale prodotto non è in dotazione a nessuna scuola e la protezione
civile ne sarebbe di fatto priva in caso di emergenza. Un’esplosione del
reattore nucleare comporterebbe inoltre la dispersione di plutonio , la cui
radioattività si dimezza in 24 mila anni. E’ infine previsto che tutte le
informazioni da diramare agli organi d’informazione siano filtrate dall’ufficio
stampa della Prefettura.” [23]
Chiunque viva a Napoli e ne conosca le drammatiche
problematiche quotidiane si rende perfettamente conto che un piano d’emergenza
che, senza un’adeguata pubblicizzazione e preparazione preventiva dei diretti interessati,
pretenda d’intervenire efficacemente in una situazione di grave allarme come
quella ipotizzata sarebbe destinato a sicuro fallimento. Basta pensare al
quotidiano caos dei trasporti ed alla consueta disorganizzazione e scarsa
comunicazione reciproca delle varie amministrazioni pubbliche, infatti, per
capire che un’emergenza improvvisa – peraltro sconosciuta nella sua natura e
nelle sue caratteristiche agli stessi cittadini – avrebbe scarse possibilità di
essere gestita adeguatamente e rischierebbe di trasformarsi in una tragedia
nella tragedia.
Ma come stanno le cose fuori del nostro Paese? Sicuramente meglio, anche se dove di queste
cose si parla già da molti anni non sembra proprio che si siano trovate
soluzioni che vadano oltre una più efficiente gestione dell’emergenza in una
delle città che ospitino nei loro porti natanti a propulsione nucleare. La risposta in termini di misure
di protezione, infatti, resta affidata sostanzialmente alle autorità civili e militari,
mentre le misure sanitarie ricordano una vecchia canzone napoletana: “Pìgliate
‘na pastiglia”...
4. Uno sguardo alla situazione di alcuni stati esteri
SPAGNA >
Proprio in questi giorni (21.12.2010) l’organismo
competente in materia di protezione civile della Comunità Autonoma Valenciana ha approvato il “Piano di Emergenza Esterna del Porto di
Valencia” , in ottemperanza dell’art. 16 del Real Decreto 1259/1999,
relativo al “controllo dei rischi inerenti agli incidenti gravi nei quali
siano presenti sostanze pericolose” ed in base al decreto n. 19 del
3.11.2009 del Presidente di quella “Generalitat”.[24] Anche in Spagna si nota reticenza e lentezza
burocratica nel passaggio dalla norma nazionale all’attuazione a livello
locale, tenuto anche conto dell’autonomia accordata ad alcuni territori come,
appunto, la regione valenciana o
FRANCIA > Nel mese di novembre 2010 si sono svolte nella città di
Toulon le esercitazioni nazionali di sicurezza civile. Il porto militare di
Tolone è particolarmente ampio (250 ettari) ed ospita, infatti, sottomarini
nucleari e la portaerei nucleare francese “Charles de Gaulle. Dal 2003 è stata
istituita una commissione per l’informazione su questo sito militare, per “rispondere a tutte le domande relative
all’impatto delle attività nucleari sulla salute e l’ambiente”. La commissione
è “composta da rappresentanti
dell’amministrazione civile dello Stato, da quelli degli interessi economici e
sociali, delle associazioni riconosciute di protezione dell’ambiente e delle
collettività locali”. Ad ogni cittadino, dunque, è possibile accedere alle
informazioni contenute nel sito dedicato al “Piano Particolare d’Intervento
(PPI Toulon)”, sfogliandone le pagine e trovando risposta alle più
comuni domande in materia. [26]
REGNO UNITO > E’ stato regolarmente aggiornato,
dal 2001 al 2010, il “Portland Port Off-Site Reactor Emergency
Plan”, il cui testo, completo di allegati e planimetrie, è consultabile
con estrema facilità sul sito dedicato [27],
a cura del Consiglio della Contea del Dorset. Il documento è molto chiaro sui
rischi ipotizzabili di contaminazione diretta o indiretta del territorio e
della sua popolazione, nonché d’inquinamento radioattivo delle acque marine.
Seguono le contromisure applicabili, tenuto conto che il raggio di rischio va
da una zona rossa centrale (meno di 1 km) fino ad un anello esterno, compreso
tra 1,5 e 10 km. da essa. Ad ogni ipotesi di rischio corrisponde un intervento,
suddiviso in base a 3 livelli, da quello strategico (gold) al tattico (silver)
ed all’operativo (bronze). Il piano è
stato corredato da alcuni opuscoli divulgativi per i cittadini di Portland, uno
dei quali (realizzato nel marzo 2010) affronta l’emergenza radiologica in caso
d’incidente nucleare che si verificasse in quel porto. Le indicazioni e raccomandazioni
- sintetizzate nel motto: “Go in – Stay
in – Tune in” - a dire il vero non sembrano particolarmente
tranquillizzanti. Ai cittadini si riserva un ruolo del tutto passivo,
invitandoli a restare al chiuso e ad informarsi via radio, mentre la mobilitazione
riguarda solo le organizzazioni a ciò preposte.
U.S.A. > La normativa statunitense in materia
rimanda sostanzialmente all’azione svolta dall’ U.S. National Nuclear Security
Administration (N.N.S.A.). Secondo questo Ente federale, “la sicurezza ambientale nel funzionamento
delle navi a propulsione nucleare degli USA costituirebbe la chiave per la loro
accettazione in patria e all’estero”. Grazie a questo rigoroso controllo
della radioattività, sempre secondo
CANADA > La situazione del Canada è
sottoposta alla normativa federale in materia, di cui si ha notizia visitando
il sito del ministero canadese della Sanità, ed in particolare le pagine
riguardanti il Federal Nuclear Emergency Plan. [30]
In particolare, al punto 2.3.2 di questo documento, si affronta il caso di “un evento che coinvolga navi che visitino
il Canada o che transitino lungo le acque canadesi” . Un serio incidente ad
un natante a propulsione nucleare, infatti, viene considerato equivalente a
quello che potrebbe coinvolgere un impianto nucleare civile, sia pure con
effetti meno estesi. In questo piano di emergenza,
NUOVA ZELANDA > La legislazione neo-zelandese ha previsto, con
una legge apposita, la creazione di una “Nuclear Free Zone”, al fine di “promuovere ed incoraggiare un contributo effettivo da parte della
Nuova Zelanda all’essenziale processo di disarmo ed al controllo internazionale
degli armamenti” , per citare il preambolo della stessa Legge. Da essa
deriva che l’ingresso di natanti nucleari nelle acque neozelandesi è sottoposto
ad una rigida e restrittiva autorizzazione del governo (art. 9), mentre quello
nelle acque interne del Paese è del tutto vietato (art. 11). [31]
5. CHE COSA
POSSIAMO FARE ?
Un
efficace slogan che circolava un po’ di tempo fa tra gli antinuclearisti era: “Meglio attivi che radioattivi!”. Ecco:
dovremmo tornare a questo semplice concetto di naturale e spontanea autodifesa,
che nasce però dalla consapevolezza che ognuno di noi ha da giocare una parte
anche in questioni che sembrerebbero troppo grandi e complicate per svolgere un
ruolo effettivo.
Di
fronte alla degenerazione verticista ed autoritaria di uno stato in cui la
democrazia è ridotta al solo esercizio del diritto di voto - fra l’altro in
base a sistemi elettorali a dir poco discutibili - lasciando per anni chi ci governa o
amministra completamente libero di fare qualsiasi scelta sulla nostra testa, dobbiamo
riprenderci quel pezzo di potere che spetta a tutti, cominciando da quello di
protestare.
“Protestare per sopravvivere” (Protest and Survive), era il titolo di un libro di Edward P. Thompson,
che circolava negli anni ’80. [32].
E’ proprio questa la prima cosa da fare, se vogliamo cambiare le cose senza
aspettare che siano gli altri a risolverci i problemi. Il più grande teorico italiano della
nonviolenza, Aldo Capitini, ha sottolineato la centralità per un’alternativa
politica della diffusione di un “potere di tutti” (omnicrazia), che fa di ogni cittadino un soggetto attivo e
responsabile, attuando quel principio fondamentale di autogestione che Gandhi
chiamava “swaraj”.
Il principio fondamentale, contraddetto purtroppo dall’esperienza
trentennale del nostro Paese, è quello che la “protezione civile” diventi
sempre più una “difesa civile”: decentralizzata, autogestita dalle comunità
locali e capace di organizzare e mobilitare i soggetti direttamente interessati
alle possibili emergenze, siano esse sismiche, vulcaniche, meteorologiche,
ambientali o nucleari. Già dagli anni ’80, subito dopo il terremoto in
Campania, il movimento pacifista si era organizzato per ottenere una legge, che
istituiva una “protezione civile
popolare”, coinvolgendo i giovani campani in un servizio civile alternativo
a quello militare.[33] L’assurdo fu che quella proposta, avanzata
dalla società civile e caldeggiata da alcune forze politiche, fu resa legge dal
Parlamento, ma venne subito dopo vanificata. Pur di non attuarne le previsioni,
infatti, il governo varò un provvedimento che esonerava dalla prestazione della
naja – e quindi anche del servizio civile sostitutivo – tutti i giovani delle
aree colpite dal sisma... Quello che è successo dopo, con l’organizzazione sempre
più centralizzata del servizio di protezione civile nazionale, è purtroppo evidente.
Questo “corpo” è stato impiegato in “emergenze” reali e fittizie – come quella
dei rifiuti in Campania, dopo ben 15 anni di commissariamento degli enti locali... – espropriando i cittadini ed
abituandoli all’idea che la protezione civile sia materia d’impiego anche per
le forze armate, militarizzando in tal modo anche una fondamentale risorsa di
autogestione del territorio e di difesa civile.
Ebbene,
contro il pericolo nucleare – si tratti di centrali elettriche, di natanti a
propulsione nucleare oppure di armi atomiche – i cittadini singoli, come le
intere comunità locali interessate – hanno il diritto ed il dovere di
mobilitarsi per denunciare i rischi cui sono sottoposti e per opporsi a queste
scelte perniciose.
Il
primo passo, ovviamente, è ottenere il rispetto di quel diritto all’informazione
che, almeno sulla carta, dovrebbe essere garantito anche in queste materie. Il
secondo passo è quello di leggersi con attenzione i documenti che sono stati ottenuti
dalle autorità competenti, condividendone il testo con tutti gli interessati e
soprattutto cercando di andare oltre il burocratese ed il gergo scientifico che
solitamente avvolge questo genere di messaggi, proprio per impedirne la
comprensione ai “non addetti ai lavori”.
Il
terzo step di questo percorso – nel
quale sarebbe opportuno coinvolgere persone qualificate ed accedere ad una
documentazione alternativa - è demistificare asserzioni date per indiscutibili,
in base alle quali si costruiscono le teorie e normative con le quali sono
giustificate certe scelte.
Solo
allora è possibile costruire un movimento di opposizione che sappia mobilitare
sempre più persone, una volta che la controinformazione è circolata e che a
tutti sono chiare le possibili alternative.
“ La presenza militare
nel territorio campano non è inevitabile. Gli esempi d’ iniziative di vario
tipo in altre città italiane e in altri
paesi del mondo...dimostrano la possibilità di condizionare quella presenza,
riuscendo, nei casi più fortunati, a far sloggiare l’inquilino militare.[...]
Non esistono dunque più alibi che impediscano ai napoletani di essere informati
in merito al dettaglio di tali piani. A causa delle continue inadempienze sul
tema nucleare...
Nel
suo “decalogo per i porti a rischio
nucleare”, Alessandro Marescotti ha
opportunamente elencato alcune forme di mobilitazione diretta dei cittadini,
che converrebbe adottare in questi casi:
“1) Digiuno cittadino... preparato in
precedenza in modo da avere una durata adeguata alla "visita"
dell'unità navale nucleare;
2) Comunicati stampa locali: presentazione delle ragioni del digiuno e
richiesta di conoscenza del piano di emergenza nucleare; se esso fosse stato
diffuso, diffusione della conoscenza del piano con comunicati stampa che
evidenzino i rischi e le incongruenze.
3) ...Rrichiesta alle autorità - Prefetto e Sindaco - di esercitazioni
cittadine di evacuazione della città (ogni piano prevede l'evacuazione).
4) Diniego per ragioni di sicurezza, [...]di attracco ....a unità navali con
propulsione nucleare facendo esplicito riferimento alla non conoscenza o
all'inadeguatezza del piano di emergenza e alla non effettuazione in precedenza
di prove di evacuazione.
5) Trasparenza nucleare: richiesta alle autorità - ai fini della tutela della
sicurezza della popolazione - di conoscere se siano presenti a bordo armi
nucleari.....
6) Comunicati stampa nazionali....
7) Richiesta e studio del piano di emergenza... in virtù del Decreto
Legislativo 230/95...
8) Centro di documentazione: accedere agli archivi di www.peacelink.it sezione disarmo per
prelevare l'elenco dei porti a rischio nucleare e delle unità navali che
comportano questo rischio, inserirvi i piani di emergenza, sviluppare un
dossier per ogni porto a rischio nucleare...
9) Conferenza stampa e archivio giornalisti: costruire una propria banca dati
dei giornalisti più sensibili da contattare....
10) Costruire eventi nonviolenti che abbiano un impatto visivo e documentarli
con le macchine fotografiche digitali; realizzare cartelloni colorati in giallo
con il simbolo nero della radioattività e fotografarsi di fronte alle basi
navali...” [35]
Questi
suggerimenti sono sicuramente molto utili.
Noi di VAS e le altre realtà che si stanno coordinando nel Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio, siamo
intenzionati ad organizzarci sempre meglio, per rendere effettiva la lotta dal
basso contro la piovra del militarismo e del nuclearismo ed in difesa della
salute e della vera sicurezza del cittadini di Napoli e della Campania.

[1] “Pericolo nucleare a Nisida – Sottomarini nucleari nelle acque
dell’isola “ – ROMA/Giornale di Napoli, 20.05.’96 e “Sottomarini a Nisida” (com.
stampa di H. Ferraro) – ROMA/Giornale di Napoli, 22.05.’96
[2] Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Drago_%28pacifista%29 e http://wapedia.mobi/it/Antonino_Drago_%28pacifista%29
[3] Antonino
Drago, Difesa popolare nonviolenta, Torino, E.G.A., 2006. Vedi anche:
Ermete Ferraro, "La resistenza
napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e
popolare", in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile
nonviolenta (pp.89-95), Bologna: FuoriTHEMA, 1993
[4] “I VAS: rischio nucleare. Via
la portaerei ‘Enterprise’ !”,
IL MATTINO, 06.06.’01 ; “Rischio
nucleare nel porto di Napoli” ,
[5] “Rischio
nucleare: la portaerei lascia oggi il golfo di Napoli. Gli ambientalisti contro
l’Enterprise “,
ROMA/Giornale di Napoli, 12.02.’04; “I VAS chiedono che venga allontanata la
portaerei ‘Truman’ dal porto di Napoli” , ROMA/Giornale di Napoli,
06.07.’04 .
[6] Ermete
Ferraro, “Quale ecopacifismo? Ecologia,
conservazionismo, ecologismo e ambientalismo” in: “Biodiversità a
Napoli”, supplemento a “Verde Ambiente”), Roma, E.V.A. (XX, 2, marzo-aprile
2004pp. 21-27)
[7] Visita: http://www.paxchristinapoli.it
[8] Visita: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_2073.html
. Nel 2008 il Comitato pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania ha
pubblicato un testo fondamentale su queste tematiche: Napoli chiama Vicenza – Disarmare
i territori, costruire la pace (a cura di Angelica Romano), quaderno
Satyagraha n. 14, Pisa, Gandhi Edizioni
- 2008 (http://www.peacelink.it/libri/index.php?id=12)
[9] Ermete Ferraro, Il signornò
degli ecopacifisti, vasonline.it
(marzo 2007) ; idem, "Una scomoda verità",
www.vasonline.it (ago.2007); idem, "Una
mobilitazione ecopacifista per togliere le basi alla guerra", su: http://napoli.indymedia.org
(marzo 2009)
[10] Ermete Ferraro, "La protesta dei VAS Napoli: porto, via le navi nucleari",
Il Napoli (26 nov. 2007); Idem, "AFRICOM:
un altro migliaio di militari USA...", www.proletaria.it (dic. 2008);
Idem,"No Africom!"
commento postato da E.F , www.napoli.indymedia.com (dic. 2008);
Idem, "AFRICOM: la posizione dei
VAS" www.retecivicanapoli.org (mar.
2008); Idem e A. D’Acunto,“Oscuro
scontro di 2 sommergibili nucleari, francese ed inglese, nell'Atlantico: un
drammatico allarme per Napoli ed il suo Golfo” , http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_2449.html (feb. 2009) ; Idem, “Porti
nuclearizzati? No grazie!”, http://napoli.indymedia.org:8383/node/7447 (feb. 2009); mag.
2010 > "Base US Navy
di Napoli: chiuderà?" , www.vasonlus.it (mag.
2009).
[11] Visita: http://www.laciviltadelsole.org e http://www.facebook.com/?ref=home#!/group.php?gid=62693432041
– Su nucleare e pace visita anche il sito web di Antonio D’Acunto (http://www.terraacquaariafuoco,it
).
[12] Ermete
Ferraro, “Sicurezza nucleare nel porto di Napoli”, http://napoli.indymedia.org/node/14391
(7 dic.2010)
[14] Alessandro
Marescotti, Decalogo per i porti a rischio nucleare, 5.5.2004, www.peacelink.it/tools/author.php?u=6
[15] ibidem
[17] “Il rischio nucleare nei porti
italiani...” cit. – Visita: http://www.peacelink.it/tematiche/disarmo/porti.shtml
[18] 9 Agosto 2003 > Rita Bittarelli > Gaeta.
Piano di emergenza nucleare. Antonino Drago: «Documento senza alcuna validità
scientifica, pieno di "credenze" e di strafalcioni» http://www.peacelink.it/disarmo/docs/80.pdf
[19] D. Lgs. 230/95
cit. – art. 130
[20] Angelica
Romano, “Rischio nucleare”, in: Napoli chiama Vicenza, cit., p. 29
[21] Fonte: ANSA 2005-06-10 http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/11592.html
[22] Vedi: http://www.peacelink.it/disarmo/docs/80.pdf (in
particolare pp. 14-17)
[23] Vittorio
Moccia, “Che si può fare?”,
in: “Napoli
chiama Vicenza” cit. , pp.120-121
[29]
Jonathan Medalia, Terrorist Nuclear Attacks on Seaports: Threat and Response, CRS
reports for Congress, Jan. 2005, vedi: http://www.fas.org/irp/crs/RS21293.pdf
[31] Vedi il saggio di Andreas
Reitzig, New Zealand’s Ban on Nuclear Propelled Ships Revisited ,
[32] Edward P.
Thompson, Protestare per sopravvivere, Napoli, Pironti, 1982
[33] Vedi: Ermete Ferraro e Luigi Bucci, "Servizio civile e protezione
popolare" , in: Il
Tetto, XVIII, N. 103 - gen.-feb. 1981 (pp. 39-48), Napoli
[34] Vittorio
Moccia, “Che si può fare?”, cit., p. 119-123
[35] A. Marescotti, Decalogo per i porti a rischio nucleare > http://www.peacelink/tools/author.php?u=6
(*) Ermete Ferraro (Napoli 1952)
insegna materie letterarie nella scuola media ed è animatore socio-educativo e
amministratore sociale. Tra i primi obiettori di coscienza napoletani, fin
dagli anni ’70 è un attivista antimilitarista, nonviolento ed ecopacifista.
Fondatore e responsabile dei Verdi napoletani, che ha rappresentato anche nelle
istituzioni locali (dal 1987 al 1997 alla Circoscrizione Vomero e dal 1990 al
1995 alla Provincia di Napoli), dalla metà degli anni ’90 è attivamente
impegnato con l’associazione di protezione ambientale VAS onlus. Di essa è
membro del Coordinamento della Campania, consigliere nazionale e referente
nazionale per l’ecopacifismo.
(Web: www.ermeteferraro.it - email: ermeteferraro@alice.it )